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15.11.2015

Tagliabue: dopo #Parigi, riflessioni su social e media tradizionali

Quando accadono eventi così tragici e prolungati, le fonti di informazioni classiche come la telecamera, il microfono o il taccuino del giornalista mostrano il loro limite. Venerdì sera, mentre ascoltavo la diretta di Rai Uno (con un bravo Antonio di Bella in collegamento da Parigi) la mia attenzione era soprattutto su Twitter, dove le fonti di informazioni erano molto più numerose ed articolate (parole, immagini, video) producendo un racconto più ricco di informazioni e di punti di vista. Quando lo sguardo tornava al video era per i collegamenti istituzionali, Obama dalla Casa Bianca e Holland dall’Eliseo la cui diretta era garantita dai maggiori broadcasters. Per potenziare questo racconto è stato sufficiente iniziare a seguire alcuni media francesi come AFP, Monde, Figarò, Liberation. Prima considerazione: Twitter è stata la prima fonte di notizie, immagini, video, il flusso di un grande racconto per ore potendo vivere in diretta l’evoluzione degli eventi.

Ma non solo. Twitter ha anche permesso ai protagonisti del drammatico evento di chiedere aiuto (e anche questa è una forma – drammatica – di racconto), com’è successo quando un ostaggio del Bataclan ha scritto che in Teatro i terroristi facevano esecuzioni a freddo degli ostaggi, e pochi minuti dopo, le teste di cuoio della polizia francese hanno deciso il blitz. O di offrire aiuto, come è accaduto con il commovente #porteouverte con il quale i parigini hanno invitato ad aprire portoni e case per mettere al riparo la gente che scappava. Dunque Twitter come alveo dell’interazione diretta e fattiva oltre che del racconto collettivo dall’interno dell’evento stesso.

E ancora: Twitter è diventato un modo per me, per ciascuno di noi di partecipare, di esprimere il proprio sentimento o giudizio su ciò che stava accadendo diventandone in qualche modo un testimone. Mentre la liquidità delle immagini televisive scorreva via consentendo un impatto solo emotivo, Twitter ha permesso una partecipazione sia emotiva che razionale, consentendo a chi lo avesse voluto, di giudicare ciò che stava accadendo, di confrontarsi con i giudizi degli altri a livello planetario, a parte il limite fisico di tener dietro a così tante voci (che, tuttavia, se ben selezionate, possono realmente dare una visione significativa del mondo).

Questa dinamica di partecipazione - passiva attraverso il flusso, attiva con i contributi offerti al flusso attraverso il proprio profilo – ci rende più selettivi e critici nel giudicare l’offerta di informazione tradizionale e di vedere se e come i media sanno diventare protagonisti di questo flusso attraverso la capacità di racconto e di commento. E qui osservo che, se è comprensibile che il contributo dei quotidiani sia stato piuttosto scarso poiché gli eventi sono accaduti nelle ore di chiusura, questo significa che l’informazione on line è ancora considerata dai quotidiani di casa nostra accessoria rispetto all’informazione off line.  Quanto alla capacità di commento, essa è mancata completamente e deve farci riflettere. Le grandi testate non mancano di firme e di editorialisti che avrebbero potuto entrare “in partita” ben più rapidamente e con un tipo di commento pensato perché possa stare dentro il flusso: non quindi, le 90 righe dell’editoriale di un quotidiano, ma le 15 di un profilo FB subito rilanciato su Twitter.

E infine: dopo aver seguito dall’esterno e dall’interno questo flusso per ore la mia, la nostra aspettativa rispetto ai quotidiani del giorno dopo cambia: qui, infatti, non ti aspetti, innanzitutto il racconto riproposto ma soprattutto gli approfondimenti, le analisi che sono impossibili quando si è dentro il flusso e che richiedono conoscenze e competenze specialistiche. Se fossi l’editore di un quotidiano cercherei di capire che cosa c’è  imparare da questa storia così terribile, dove la realtà, anche comunicativa, ci ha ancora una volta superato da ogni parte.

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